Al-Col non si comanda - L'importanza di non improvvisarsi barman

Qualche sera fa affrontavo la disarmante delusione di avere tra le mani un Margarita poco educato. Un supplizio da buttare giù il prima possibile cercando di non soffocare, alla stregua di quei goffi e imbarazzati chierichetti che ogni domenica rischiano il "soffocamento da comunione" con un'ostia incastrata in gola.

Sorso dopo sorso, piano piano (forse sarebbe più calzante piango piango), ho fatto fuori quel bastardo impostore spinto a proseguire solo dalla voglia di eliminarlo dalla circolazione (stessa motivazione che anima mia madre contro il colesterolo).

Dopo aver saldato il conto (ed aver tentato di saldare la faccia del barista alla cassa) ho lasciato il locale riflettendo sull'importanza di non improvvisarsi barman: farsi pagare profumatamente fingendosi capaci ed illudendo chi si fida di te non vi ricorda troppo lo stile di una qualsiasi delle nostre banche per meritare rispetto?

Bene immobile ma meglio dinamico - restare o andare?

Oggi ho realizzato come alcune persone siano talmente legate alla loro dimensione locale da ignorare volutamente tutto quello che è un palmo oltre il proprio naso, proprio come farebbe un adolescente davanti a pochi grammi della sua polverina preferita.


Proprio così, contenti di chiudersi in una stanza piccola piccola a respirare sempre la solita aria stantia. Beh, io la vedo diversamente e credo sia doveroso aprire quelle maledette finestre per far entrare una violenta ventata di nuove esperienze (volendo richiamare in causa l'adolescente di prima potremmo dire che bisognerebbe alzare un polverone bello grosso).


Eppure io sono ancora qui, la mia chance non arriva ed inizio a sentire "puzza di chiuso". Datemi l'opportunità di scappare dalla finestra o almeno liberatemi dal giovane esagitato che ha smesso di respirare qualche minuto fa.


(P.s. Per la cronaca non sto approfittando della situazione: la sua roba è rimasta abbandonata in un angolo, come si dice polvere alla polvere).